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Fiscalità · 4 min di lettura

Global minimum tax: 147 Paesi approvano il pacchetto operativo OCSE

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I 147 membri del Quadro inclusivo OCSE/G20 su BEPS hanno concordato hanno approvato il 5 gennaio 2026 gli elementi chiave di un pacchetto operativo destinato a rendere più coordinata l’applicazione della global minimum tax in un’economia digitalizzata e globalizzata.

L’intesa, definita dall’OCSE un accordo politico-tecnico “side-by-side”, nasce per preservare l’impianto del Pilastro Due (aliquota effettiva minima del 15% per i grandi gruppi) e, insieme, ridurre frizioni e complessità che stavano emergendo nella fase di messa a terra, soprattutto sul fronte della compatibilità tra regole OCSE e regimi domestici di imposta minima già esistenti.

Che cos’è, in concreto, il “side-by-side”

Il “side-by-side” va letto come una architettura di convivenza: l’obiettivo è consentire un’operatività coordinata del Pilastro Due anche quando alcune giurisdizioni applicano strumenti minimi “paralleli” o non perfettamente sovrapponibili al disegno originario OCSE, evitando duplicazioni, disallineamenti e un eccesso di compliance per imprese e amministrazioni.

In questo quadro, secondo varie ricostruzioni di stampa internazionale, il pacchetto risponde anche alle istanze statunitensi e alle tensioni politiche che avevano rimesso in discussione l’equilibrio del deal del 2021.

I cinque “pezzi” del pacchetto Global minimum tax OCSE

Il comunicato OCSE indica cinque componenti chiave, che meritano attenzione operativa:

1) Semplificazioni: meno burocrazia, meno calcoli

L’idea è ridurre la quantità di calcoli, moduli e controlli necessari per applicare l’imposta minima globale.

In pratica, per molte multinazionali (e per le autorità fiscali) significa meno adempimenti e un percorso più lineare per dimostrare “siamo già sopra la soglia minima, non serve rifare tutto ogni volta”.

Effetto atteso: meno costi di compliance e meno tempo speso in procedure.

2) Incentivi fiscali: regole più uniformi per evitare “effetti boomerang”

Molti Paesi usano incentivi per attirare investimenti reali (fabbriche, ricerca, personale). Il pacchetto introduce una “clausola di salvaguardia” mirata per gli incentivi legati alla sostanza economica, cioè a investimenti concreti nel territorio.

Detto in modo semplice: se un incentivo serve a creare attività e lavoro “sul posto”, l’OCSE cerca di evitare che venga automaticamente neutralizzato dall’imposta minima globale.

Effetto atteso: gli incentivi “buoni” (legati a investimenti reali) restano più efficaci e più comparabili tra Paesi.

3) Nuovi “porti sicuri”: se sei già in regola, procedure più leggere

Il pacchetto prevede nuovi meccanismi di “corsia preferenziale” per gruppi multinazionali che hanno la capogruppo in Paesi che rispettano determinati requisiti minimi.

Tradotto: se un gruppo opera in un contesto dove la tassazione minima è già garantita in modo credibile, può accedere a regole semplificate, con meno verifiche ripetitive.

Effetto atteso: meno controlli duplicati e meno “sovrapposizioni” tra sistemi fiscali diversi.

4) Verifica basata su evidenze: controllare che nessuno giochi “truccando le regole”

Questo pezzo serve a garantire che le semplificazioni e le corsie preferenziali non diventino scappatoie. L’OCSE prevede una valutazione fondata su dati ed evidenze per verificare che restino condizioni di parità tra i Paesi aderenti.

In parole povere: “ok semplificare, ma poi controlliamo che non diventi un vantaggio ingiusto per qualcuno”.

Effetto atteso: più fiducia nel sistema e meno competizione fiscale aggressiva mascherata.

5) Rafforzare le imposte minime nazionali: prima si tutela la base imponibile “in casa”

Qui l’OCSE ribadisce un punto politico importante: l’imposta minima globale non deve essere vista come qualcosa che “porta via” gettito, ma come un sistema in cui ogni Paese può proteggere la propria base imponibile attraverso una minimum tax nazionale ben fatta.

Questa parte è presentata come particolarmente rilevante per i Paesi in via di sviluppo: l’obiettivo è rafforzare la loro capacità di tassare i redditi generati sul proprio territorio.

Effetto atteso: più gettito dove l’attività economica avviene davvero, e meno profitti “spostati” solo per pagare meno imposte.

Impatto per i gruppi multinazionali: più certezza, ma la partita resta tecnica

Per le imprese sopra soglia (in via generale, gruppi con ricavi consolidati almeno €750 milioni, secondo l’impianto Pilastro Due) la direzione è chiara: meno adempimenti ridondanti, più aree “protette” (safe harbour) e, potenzialmente, minori rischi di doppia imposizione economica legata a regole non perfettamente allineate tra loro.

Detto questo, la global minimum tax resta un esercizio di fiscalità “da bilancio” (ETR per giurisdizione, componenti temporanee, deferred tax, aggiustamenti) e la qualità dei dati – oltre alla governance interna – continuerà a fare la differenza tra compliance efficiente e costi fuori controllo.

Focus Italia: recepimento UE e “messa in opera” nazionale

Sul fronte europeo, il riferimento è la Direttiva (UE) 2022/2523 (Pilastro Due in salsa UE). In Italia, il recepimento è avvenuto con il D.Lgs. 27 dicembre 2023, n. 209.

L’operatività si è poi completata con passaggi attuativi rilevanti:

  • DM 1 luglio 2024: disposizioni attuative dell’imposta minima nazionale (QDMTT) – pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
  • DM 7 novembre 2025: disposizioni attuative su obblighi dichiarativi e versamenti dell’imposizione integrativa – pubblicato in Gazzetta Ufficiale e con testo in PDF sul sito MEF.

Per i gruppi con presenza in Italia, questo significa che la dimensione “globale” (OCSE/UE) e quella “domestica” (QDMTT, dichiarazioni, versamenti) vanno gestite come un unico cantiere, con attenzione a: perimetro, dati contabili/fiscali, incentivi, e possibili safe harbours

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